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Archive for aprile 2004

I Maggio

Il custode del template ed io, abbiamo confabulato un po’ per il da farsi.
Lui aveva lanciato l’idea di collocare nell’intestazione l’immagine del “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo in occasione della festa del I Maggio.
Io l’ho dissuaso (o meglio ho cercato di comunicargli il mio pensiero, ci saremo capiti?)
Tutta la retorica che porta con sè quel quadro per me è morta e sepolta.
Non credo più alle lotte di classe, alle rivoluzioni come sogno da raggiungere, al cammino radioso dei lavoratori
verso futuro di eguaglianza, giustizia e libertà…… Chimere.

Credo piuttosto ad un costante lavoro d’intelletto, di intelligenza e sensibilità tali da poter un giorno convivere, se non proprio su un piano di eguaglianza, almeno su un piano di civiltà, dove l’uomo possa lavorare in serenità, il giusto e senza sfruttamenti, dove tutti si sentano responsabili di un bene comune apportatore di benessere e tranquillità per tutti.(sto semplificando)
Per questo ho scelto questa immagine, sempre dello stesso autore, ma con una simbologia di certo differente.
(si, lo so, chimere anche queste)
Buon I Maggio.

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Nauseablog


Ne ho le tasche piene.
Si, un nuovo periodo di nauseablog.
Sto archittetando una nuova strategia, ma assomiglia pericolosamente a quella mia quotidiana, ed ecco, non volevo proprio che qui sopra andasse a finire così.
Dovrei avere la forza di chiudere per almeno un mese e dimenticarmi di questo posto, per depurare l’anima.
Ma non ce la faccio mai fino in fondo.
Mi sento come se abbandonassi un cagnolino in mezzo ad una strada.
E la mia striscia quotidiana di coca la aspiro con forza e con disgusto, oramai dipendentente da non so bene cosa.

Il mio è un disgusto composito: facce non viste, bagagli di parole pigiate in testa e trattenute da uno spago che ogni giorno si assottiglia sempre più; finirò con l’esplodere in faccia di qualcuno, per strada, un mare disarticolato di lettere.
Fatico a trovare un’unità di senso in questo mare disperso di possibilità.
Forse sarebbe preferibile il tanto suggerito silenzio…

Resta il profondo affetto che nutro per qualcuno qui sopra (un bel numerino se paragonato alle mie persone reali – di solito alquanto esiguo -)
Un ineffabile affetto: da un giorno all’altro può sparire come d’incanto, lasciandomi qui sperduta in un mare di domande.

Uff, lo ammetto, un inizio di giornata di merda.

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Ecco..Veramente…

E’ che non so, potrebbe essere, ma sono cose.
E poi c’è quel forse che dovrebbe poter, ma non ce la fa proprio, e poi c’è la pioggia, nuovamente presente.
E’ tutto forse così poco
tanto che, in qualche angolo, può anche accadere che.
Ma la vera possibilità
non so.

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Stranativvù

Io sono una persona vera
.
Sembra questa essere la frase contenitrice di ogni verità, il verbo, l’assioma, non si può prescindere dal non essere veri.
Il Vero è un significante nel quale vengono fatti confluire un insieme di nefandezze della peggior specie: volgarità, aggressione, giudizi frettolosi sbattuti in faccia come pesci marci: tutto in nome della genuinità del proprio essere.
Forma ed educazione vengono sotterrati da pensieri negativi: dannati chi le mantiene in vita, in nome di una non ben chiara falsità strisciante.
Avere la sensibilità di non offendere e non sventolare giudizi avventati è equiparato all’agire del serpente che, viscido e silenzioso, si aggira per carpire prede ignare.

La tivvù è il primo specchio della nostra anima: reality, verità, genuinità, quotidianità, nefandezza.

Probabilmente impareremo tutti a diventare grettamente veri, sentendoci granitici e fieri della nostra
grande persona tutta d’un pezzo, capace di insultare il nostro interlocutore coraggiosamente gridandogli i in faccia tutto lo schifo che nutriamo per lui; ma si sa, noi siamo dei veri, ed ai puri e duri, depositari del Verbo, non resta che il dovere di schiarire le menti altrui, quelle addormentate dal sonno dell’educazione.

Le parole stanno prendendo connotazioni assurde, ripiegate in una confusione che pare non avere più limiti.
Mi ritroverò probabilmente costretta, tra poco, a dover riscrivere, ad uso personale, l’intero vocabolario del mio linguaggio, che mi appare, ogni giorno, sempre più sconosciuto.

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Domande

Cosa è successo a Massimo che addirittura mi chiede una password per entrare?

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Ritorni

Si dice che invecchiare significhi anche tornare un po’ bambini.
Se così è, esiste anche un momento in cui nella nostra vita si incomincia a percorrere un cammino a ritroso.
Piano piano un lento dietrofront, interrompendo (o esaurendo?) il percorso che finora ho creduto
dritto.
Oppure, più semplicemente, dritto non era, ma era una linea curva che, piegandosi ad un tratto su se stessa, finisce con il disegnare un cerchio.

Il ritono. In economia la parola ha tutt’altro significato, se le si accostano l’effetto è quasi sorprendente: il ritorno è un guadagno che si ha da un investimento.
Ho investito la mia vita in progresso ora il mio ritorno è il ritornare.

Nietzsche diceva che conoscere è ricordare e per ricordare bisogna ritornare (questo lo dico io), soprattutto
se tante cose e luoghi e persone si sono abbandonate.

Ripercorrere il cammino per riaggiustare le cose andate storte, una seconda possibilità
prima di morire, riassestare e riequilibrare le storture.
Se ve ne sono e se abbiamo consapevolezza dei nostri errori.
Ripercorrere passi calpestati, cercando di far combaciare le impronte.
Potrebbero imboccare altre strade o condurrebbero sempre e solo ad un punto?
Già, ma qual è l’inizio in un cerchio?
E soprattutto esiste veramente una seconda possibilità?

(mi fa male ritornare nella mia città natale, lo ammetto)

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Genova

Tutte quelle carni luminose e rosate, quei sederini di putti che vien voglia di pizzicottarli.
Poi il surrealismo dei controriformisti, ed il buio cupo degli abiti seicenteschi, contrapposti allo splendore fulgente delle vesti femminili.
E Palazzo Ducale, che non avevo mai visto in tutto il suo splendore.
E la mia Genova rinata nei colori e nell’abbaglio dei suoi splendidi palazzi…
E una malinconia profonda…

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